dal 02.02.2012 al 05.02.2012
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La potatura della vite, come tutte le azioni legate alla vita, nasconde significati e apre orizzonti di senso: questa nobile pianta sembra suggerirci che occorre potare, lasciare indietro, in un certo senso disfarsi, di tutto ciò che potrebbe intralciare lo sviluppo pieno dei germogli. Una vite porta su di sé diverse centinaia di gemme che, dopo la potatura, si riducono ad una ventina.
E questa operazione non è un semplice restyling, un'operazione di lifting, non è una questione di doppie punte o di unghie lunghe... ma una vera e propria spoliazione... annuale-quotidiana!
Nonostante ciò, come abbiamo sperimentato insieme ad una cinquantina di volontari all'inizio di febbraio 2012, la potatura è anche un momento di lavoro "gioioso", seppur nei rigori del freddo e del disagio invernale... perché la sofferenza della ferita apre la prospettiva del frutto, della vendemmia abbondante che altrimenti non sarebbe possibile.
La speranza del raccolto non è più certa della sofferenza del taglio? Questo ci insegna la vite quando si consegna docile al lavorio delle forbici e alla sapienza delle mani.
L'origine della potatura nella tradizione popolare
“Tanto tempo fa un contadino aveva tre campi: nel primo coltivava il farro, nel secondo aveva una vigna e nel terzo l'orto. E con questo sfamava sé e la sua famiglia. Un giorno di maggio, mentre lavorava nel suo piccolo podere, contento perché il farro cresceva bene, l’orto dava continuamente verdure e anche la vigna aveva tanti bei tralci lunghi e tanti piccoli grappoli d’uva, un asino un po’ magretto, accompagnato da mosche e tafani, passando per la vigna non riuscì a resistere a tanta abbondanza e cominciò a brucare pampini e tralci, lasciando solo tre dita di tralcio. Un disastro….
Quando il contadino se ne accorse, si disperò, credendo che la vendemmia fosse del tutto compromessa e arrabbiato catturò l’asino e lo bastonò. Quindi lo legò, intenzionato a farne bistecche, a usare ossa e unghie come concime e a vendere la pelle al fabbricante di tamburi. Poi però cambiò idea, pensando che avrebbe potuto essergli più utile da vivo se lo avesse usato per arare e per il trasporto dei prodotti dei campi. Un giorno l'asino, stanco per essere sfruttato così pesantemente, per protesta si mise a ragliare. Il contadino subito accorse pronto a bastonarlo ancora, ma l’asino, rapido, gli tirò un calcio facendolo cadere. Mentre era ancora a terra, l’asino gli si avvicinò e il contadino, meravigliato, lo sentì parlare: 'Basta bastonarmi, non capisci niente, sei proprio uno zotico. Ascoltami invece: se quest’anno non avrai vino, alla prossima vendemmia vedrai che sorpresa, purché poti le vigne con il mio metodo.'
Il contadino subito pensò che fosse una cosa assurda, ma poi, guardando attentamente quella vigna che gli sembrava persa, si accorse che i grappoli che erano rimasti vicino al tralcio principale stavano diventando belli, dolci e turgidi. Accettò quindi di provare quel metodo e da allora ottenne sempre uve più sane e vino più buono. Nacque così la Potatura del Musso.
Ma se i risultati furono così buoni, fu anche per merito del Salvanèo dei Colli e delle Vigne, che passò a controllare i racimoli d’uva, senza i quali la vigna si sarebbe ammalata per la peronospora, il ragnetto rosso e l’oidio e non sarebbero arrivati gli storni che distraggono il Mago del Tempo e della Pioggia, che riesce a spostare le tempeste, tagliando spighe di grano.
Come ricompensa per questo suo prezioso aiuto, il Salvanéo si prese infine anche qualche racimolo d'uva, per beccolarlo, ciucciarlo, sgranarlo con la bocca del raspo o farne un suo vino, da tenere per le notti di Luna piena quando si trova con le Anguane, le Maranteghe e le Fate … a suonare, cantare, ballare, mangiare e far l’Amore.” Racconto di Vittorio Riondato (www.arcaluna.it)
(Foto di Laura Callegaro)
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